Morto a 48 anni il compositore islandese Jóhann Jóhannsson

La sua era una musica minimalista ma densa di spiritualità, che spesso si intrecciava col cinema: aveva vinto il Golden Globe per le musiche de “La Teoria del Tutto”, era stato due volte candidato all’Oscar e di recente aveva lavorato con Darren Aronofsky

Jóhann Jóhannsson


Pubblicato il 10/02/2018
Ultima modifica il 11/02/2018 alle ore 00:23

Lasciate perdere tutto il resto, prendetevi qualche minuto per riascoltare Jóhann Jóhannsson, o per scoprire la sua musica, se non la conoscete. E poi ringraziatelo per aver reso il mondo migliore: con i suoi tanti dischi, fragili e grandiosi allo stesso tempo, con la sua figura di musicista schivo, intelligente, appassionato. Jóhannsson è morto stanotte a Berlino, a soli 48 anni, per cause non ancora note: nella capitale tedesca viveva con la moglie e i tre figli, ma era nato in Islanda, e a Reykjavik era cominciata la sua avventura musicale.  

 

 

Dal rock si era allontanato presto, seguendo le orme di Michael Nyman e Arvo Pärt, che più di una volta aveva indicato come sue fonti di ispirazione, insieme con Ennio Morricone. Englabörn è il suo debutto solista, nel 2002: da lì in poi sarà un susseguirsi di lavori dove classica, avanguardia, elettronica diventano categorie sempre più strette per la sua musica.  

 

Virðulegu Forsetar dura un’ora, e ha un organico di 11 ottoni, percussioni, strumenti elettronici, organi e piano: quasi una sinfonia, pur nella sua struttura minimalista. IBM 1401 - A User’s manual è l’inizio della collaborazione con la storica etichetta inglese 4AD, che negli anni Ottanta e Novanta pubblicava i Dead Can Dance, altra band che in qualche modo deve aver influenzato la sua musica. Il disco nasce da una storia familiare: negli anni Settanta il padre di Jóhannsson lavorava come ingegnere elettronico alla IBM e nel tempo libero usava il computer per scrivere musica. Così, da un frammento di sua composizione, è nato un album ricco e complesso, originariamente concepito per quartetto d’archi, poi arrangiato per orchestra di 60 elementi. Il risultato è poetico e straniante, come certe composizioni di Gavin Bryars, ad esempio The Sinking Of The Titanic.  

 

 

Fordlandia, ispirato alla città tecnofuturista costruita da Henry Ford in Brasile, è un altro esempio di come Jóhannsson si confrontava con temi apparentemente lontanissimi dalla musica. Anche il cinema: per il regista premio Oscar Denis Villeneuve scriverà le musiche di Prisoners (2013), Sicario (2015) e Arrival (2016). Con la colonne sonore di Sicario e de La teoria del tutto, il compositore islandese fu candidato all’Oscar: non vinse la statuetta dorata, ma il Golden Globe. Di recente, poi, Jóhannsson aveva scritto le musiche per Madre! di Darren Aronofsky e Maria Maddalena di Garth Davis, in arrivo nei cinema il mese prossimo.  

 

Era uno dei compositori più famosi della sua generazione, quella dei Neoclassici: intorno a quarant’anni, vivono o lavorano a Berlino anche se non sempre sono tedeschi, suonano il piano ma non disdegnano il computer. Ne fanno parte ad esempio Peter Broderick, Nils Frahm, Goldmund, Dustin O’Halloran, Dakota Suite: la loro è la musica classica di questi anni Dieci, che non guarda a Mozart ma a Brian Eno, e prende ispirazione dal rock, dalla dance, dall’ambient.  

 

Max Richter, tedesco di origine, inglese di residenza, italiano di formazione (ha studiato con Berio), è il punto d’incontro tra i giovanissimi compositori e i loro padri nobili, da Nyman in poi. Su Twitter piange la scomparsa di Jóhannsson, e e la sua musica “commovente e riflessiva”. L’ultimo album Orphée, era uscito nel 2016 per Deutsche Grammophon, che negli ultimi tempi si sta aprendo alle musiche dei Neoclassici (e ha in catalogo anche Richter). “Nei tre anni della nostra stretta collaborazione era nata una vera amicizia”, si legge ora sulla pagina Twitter dell’etichetta tedesca. “La forza della sua musica vivrà ancora e continuerà a commuoverci”.  

 

 

Grandioso nei suoni, sempre mosso da una spiritualità tenace ma composta, Orphée affronta il tema del cambiamento, come spiegava lo stesso Jóhannsson: “Cambiare città, lasciarsi dietro una vecchia vita a Copenhagen e costruirne una nuova a Berlino. Proprio come il mito di Orfeo, che parla di cambiamento, mutabilità, morte, rinascita, cercando di cogliere la natura sfuggente della bellezza e la sua relazione talvolta complicata con l’artista”.  

 

Nato come chitarrista, Jóhannsson ha lavorato spesso con musicisti di confine, tra i quali Marc Almond, Jaki Liebezeit, Barry Adamson e Pan Sonic. Quest’anno era atteso al Primavera Sound di Barcellona, il 31 maggio, in un cartellone che lo stesso giorno prevede Björk e Nick Cave. Dal vivo, la musica del compositore islandese, da lui diretta e suonata in ensemble anche poderosi, diventava ancora più profonda e densa di spiritualità, toccando vette di intensità rara. Lo ricordiamo alla Funkhaus di Berlino, nel dicembre 2016, quando si esibì circondato dal pubblico, trasformando un concerto in un incantesimo, in una serata da cui tutti gli spettatori uscirono con gli occhi scintillanti.  

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