Calendario Lavazza 2018, 17 scatti per salvare il pianeta Terra (entro il 2030)

Lavazza ha affidato a Platon Antoniou, fotografo e storyteller inglese di origini greche, il compito di immortalare senza filtri altrettanti fra i nomi più o meno noti della sostenibilità


Pubblicato il 06/02/2018

Il 2030 è la data ultima individuata dall’Onu per trasformare il pianeta in un luogo più sostenibile. Ma dall’adozione della risoluzione votata dai 193 stati membri delle Nazioni Unite nel 2015 molto poco è accaduto.  

 

Accogliendo i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite Sustainable Development Goals, SDGs l’azienda italiana Lavazza ha affidato a Platon Antoniou, fotografo e storyteller inglese di origini greche, il compito di immortalare senza filtri altrettanti fra i nomi più o meno noti della contemporaneità: dallo chef Massimo Bottura all’attore statunitense Jeremy Renner; dalla paladina degli oceani Alexandra Cousteau (nipote dell’immortale Jacques) a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food; da Andre Agassi fino a Jeffrey Sachs, Direttore del Network dell’Onu per lo Sviluppo Sostenibile, fino all’ideatore della Blue Economy Gunter Pauli e il co-fondatore di Rainforest Alliance Daniel Katz. Tutti ambasciatori della sostenibilità. 

 

17 foto per un anno, dunque, Tutti per uno e uno per tutti. Al grido dei moschettieri, il calendario Lavazza 2018 (visibile online sul sito calendar.lavazza.com) rilegge i volti dei 17, ciascuno per il proprio impegno: cambiamento climatico, smog, inquinamento dei mari, sanità, diritti civili.  

17 volti che raccontano altrettante storie e un’unica domanda rivolta a tutti. Utenti, cittadini, aziende, istituzioni. 2030 What Are You Doing? «E tu, che cosa stai facendo (per salvare il pianeta Terra)»? 

 

 

MARIO CERUTTI, Lavazza  

«Insieme ce la possiamo fare», racconta Mario Cerutti, Responsabile Sostenibilità Lavazza: «Attraverso il perseguimento dei goal ognuno - persona fisica, gruppo – è in grado di fare qualcosa di concreto per l’ambiente. Ciascuno di noi può fare un piccolo passo, ma se lo facciamo tutti insieme diventa un grande passo, diventa il futuro come dice Gunter Pauli». 

 

L’azienda italiana ha pensato a un processo diviso in tre parti: 1) capire che impatto hanno tutte le attività aziendali alla luce del sistema dei goal; 2) cambiare materiali, usando gli alternativi: «All’interno dell’azienda, nella microeconomia, il Pil è un valore superato, dice Cerutti – del resto nel Bhutan, il valore del Paese viene stimato anche sulla base dell’indice di felicità ndr; 3) la grande frontiera, abbattere le emissioni di fumo. 

 

Per riuscire a raccontare i 17 goal delle Nazioni Unite, continua Cerutti: «Il goal zero di Lavazza è la disseminazione, vogliamo portare tutti a bordo. Ragionare su come ridurre i fertilizzanti oppure come si può sviluppare il sottoprodotto del caffè, inaugurare la stagione dell’economia circolare, tutti dobbiamo imparare a fare le cose in modo nuovo perché altrimenti, se non poniamo rimedio oggi, il mondo per come lo conosciamo non ci sarà più». Responsabilità generazionale, anche per gli imprenditori, dunque. Il mondo che lasceremo ai nostri figli: «È la prima volta che un’azienda risponde a una call delle Nazioni Unite».  

 

La prima azione del 2018 di Lavazza è un progetto di sostenibilità in Ghana, per aiutare i produttori di cacao a diversificare le attività. A corollario l’azienda mette a disposizione il proprio Bilancio di sostenibilità: «È il documento interno che si utilizza per raccontare le attività», chiosa Cerutti: «Strumento principe di trasparenza dei nostri obiettivi rielaborati in funzione dei goal», il punto è raccontare. Su lavazza.it.  

 

PLATON, fotografo  

Per il “fotografo dei potenti” conoscere il futuro non si può, ma se dovesse rispondere a una domanda lo farebbe con un’altra domanda: «Se mi chiedi chi sarà il prossimo Martin Luther King, o il prossimo Mandela, quale la prossima generazione di eroi che possa ispirarci, non saprei risponderti».  

 

Oggi viviamo in un’epoca di information overload: «Le voci di questi nuovi futuri leader magari ci sono, ma sono perse nel rumore di sottofondo del mondo. Le voci si perdono, ma il mio lavoro è amplificare quelle voci, racconta Platon, «Per abbattere il muro del vuoto. Raccontare le storie del nostro tempo, e darle a chi non ne ha. Per ispirare i cittadini a essere responsabili, e reagire».  

 

Abbiamo a che fare con problemi globali da risolvere, e possiamo farlo mostrando chi lo fa già, con coraggio. «L’ispirazione è la speranza» per Platon, «Martin Luther King non ha detto, Ho un incubo, ma I have a dream con la mia fotografia cerco di cambiare il focus, giro la macchina dalla parte di chi non ha potere».  

 

Povertà, inclusione sociale, diritti umani, civili, donne: «Abbiamo bisogno di essere ispirati per poter cambiare». E ancora: «È un periodo magico della storia, la gente spesso isolata dai social, si può incontrare sulle lotte comuni, che possono servire alla società per abbattere le divisioni, le barriere. Dobbiamo cercare di capire cosa abbiamo in comune invece di capire cosa ci separa». 

 

Oggi più che mai c’è bisogno di una narrativa ambientale: «Anche se l’ambiente è difficile da comunicare, a volte ci sono troppi dati e statistiche, è importante uno storytelling sull’ambiente, cercare volti che lo rappresentino. Abbiamo bisogno di storie semplici che ci mostrino come le persone, noi tutti, possiamo lottare contro le difficoltà, un po’ come Rocky» scherza Platon. Come a dire, In che modo possiamo reagire di fronte alle sfide climatiche? «È tempo che ognuno di noi diventi leader di se stesso, assumendosi le proprie responsabilità, se ti importa l’ambiente non devi aspettare i leader, inizia tu: comincia a differenziare i rifiuti, utilizza i pannelli solari. Qualsiasi cosa tu voglia fare comincia a farlo, è semplice e può ispirare i tuoi vicini a fare lo stesso». Senza delegare né attendere la politica: «Quando i leader non agiscono il problema della giustizia sta a noi. Alle persone. Con compassione».  

 

FRANCESCO FACCIN, industrial designer  

What if, cosa succederà: «E sta già succedendo nel mio settore», per parlare di design Francesco Faccin richiama Enzo Mari: «Le cose stanno finalmente cambiando, fare design per come lo intendo io significa progettare, trovare soluzioni a problemi complessi introducendo per la loro risoluzione una componente estetica, che è madre dell’etica, e contribuisce a ridisegnare, dare una forma nuova a progetti, idee». 

 

Perché ambiente si coniuga con design: «Il nostro ruolo è ridisegnare le cose, il ruolo del designer è al centro di un sistema complesso, ha a che fare con una componente open source che è alla base del design e così come si dovrà sviluppare sempre di più fino ad arrivare al 2030», cosa che secondo Faccin succederà già nella prossima Triennale 2019: Broken Nature: Design Takes on Human Survival (1 marzo-1 settembre 2019), curata da Paola Antonelli: «Indagherà proprio il nostro rapporto con la natura. E, continua il designer, Non è tanto e non solo il tema del rapporto Uomo-Natura a essere così centrale nell’Esposizione Internazionale quanto un altro punto di vista. Ovvero che il design deve essere coinvolto a tutti i livelli, nella costruzione e riprogettazione di un paese, nella rielaborazione di una città, di un’Ong».  

 

Il designer è una persona che mette insieme discipline diverse: «La forza del design è quella di essere facilmente leggibile (una città interamente sostenibile, per esempio, la vedo! ndr). Riuscire ad avere una componente estetica riesce a muovere il livello della comunicazione, ma anche la qualità del messaggio. Se penso al mio progetto, Honey Factory, quanti progetti esistono di apicoltura urbana? Non sono certo il primo, eppure lavorando sull’estetica del prodotto siamo riusciti a trasmettere il messaggio». Infine, chiude Faccin: «Così un progetto diventa estetico ed è più facilmente usabile, replicabile. È così che il designer interviene nella vita reale». Prima che le api si estinguano. E con esse il mondo, diceva Einstein. 

 

MARCO ATTISANI, fondatore di Watly  

«Sto lavorando al concetto di EnergyNet un’internet delle cose (di cui tanto si è parlato finora ndr) fatta da macchine, edifici intelligenti, come i sistemi di purificazione dell’acqua. La vita è racchiudibile in tre fattori fondamentali» continua Attisani: «Il concetto di civilizzazione puoi racchiuderlo in 3 passaggi: accesso all’acqua potabile, energia/elettricità, telecomunicazioni. Quando sostieni questi tre pilastri, la evolvi». Oggi viviamo nell’Era della comunicazione, dice il fondatore di Watly: «Abbiamo dimenticato che l’acqua non è solo quella che bevi, è più di quello che sembra, potrebbe essere il combustibile del futuro, se penso a un’economia a idrogeno, l’acqua può generare elettricità e viceversa, sono due variabili della stessa equazione».  

 

Al momento: «Sto costruendo un computer termodinamico, un sistema a energia solare basato su algoritmi, questa macchina è un’intelligenza artificiale che trasforma il calore in purificazione dell’acqua, una tecnologia basata sulla Vapor Compression Distillation. Questi computer sono capaci di sostenere un’utenza di 3000 persone, sono lunghi 40 metri e pesano 30 tonnellate». Per il momento esistono centrali: «In Friuli e Puglia, mediante joint venture, e stiamo avviando progetti anche con la regione Piemonte». Un po’ come Tesla, i computer della EnergyNet sono basati sul concetto di connessione. Applicazioni: Telemedicina, aeroporti per droni, produzione di idrogeno come combustibile per auto. 

 

La storia del futuro che racconta Attisani è quella di un mondo che è uscito dalla dipendenza del petrolio, l’Era degli idrocarburi: «Entro il 2030 ci saranno centinaia di migliaia di computer grandi come un campo da tennis. Città che funzioneranno così. E i Paesi cosiddetti emergenti di oggi diventeranno le prime economie del mondo di domani, padroni di un’energia illimitata e gratuita».  

 

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