Nel M5S passa la linea Di Maio “Faremo un governo di scopo”

L’altolà di Grillo non fa breccia, anche la base appoggia la svolta
ANSA

Insieme
Luigi Di Maio, candidato premier del M5S, presenta il simbolo al Viminale insieme con Beppe Grillo


Pubblicato il 21/01/2018
Ultima modifica il 21/01/2018 alle ore 10:49
inviato a pescara

Ora che è stato sdoganato anche il “dimaismo”, in tanti tra i 5 stelle ci scherzano su, arruolandosi in quella che ancora non è una corrente, ma piuttosto la marcia verso un obiettivo preciso: andare al governo, ora o mai più. Un governo, dirà da oggi Luigi Di Maio che, come compromesso tra le ali più moderate e intransigenti, sarà definito «un governo programmatico», un governo di scopo. Il racconto della politica ama i dualismi. E l’ultimo è una semplice derivazione di una battuta di Beppe Grillo che ancora pesa sui destini del M5S. Anche se forse oggi un po’ meno di ieri, visto che molti, semplici attivisti, candidati ancora sconosciuti e parlamentari, riuniti nell’ex distilleria Aurum di Pescara, dove va in scena la scuola Rousseau targata Davide Casaleggio, la pensano come Di Maio: con questa legge elettorale al governo si può andare solo con una maggioranza condivisa con altri partiti su uno specifico programma. Certo, poi massimo rispetto per Grillo che citando il Panda vegetariano, mette in guardia da accrocchi contronatura. Ma quello è spettacolo. Questa qui è politica. E Di Maio sa che c’è un Paese, come ha promesso, da non lasciare nel caos. A Grillo resteranno le sue «visioni», gli show, e il blog (si dice in collaborazione con Tiziano Pincelli, romano vicino a Roberta Lombardi) che domani separerà dalla piattaforma politica del M5S, in una nuova stimolante solitudine.  

 

Ma siccome ogni divisione, e anche solo la semplice impressione, è bandita nel M5S, Grillo e Di Maio in un post cofirmato hanno subito rassicurato tutti che «la frattura» «non c’è e non c’è mai stata». «La sera delle elezioni, se non dovessimo aver raggiunto la maggioranza assoluta, faremo un appello pubblico a tutti i gruppi e chiederemo di dare un governo sui temi. No spartizioni di poltrone o di potere». E’ la linea di Di Maio e prevale nel cuore dei 5 Stelle. Danilo Toninelli conferma: «Il nostro sarà un governo programmatico, su punti ben precisi». Punti che però in alcuni casi – reddito di cittadinanza - possono andar bene a LeU, in altri – vedi sull’immigrazione – alla Lega. Come conciliarsi con due partiti così lontani. Semplice: «Tutto dipenderà dalla consistenza numerica in Parlamento nostra e degli altri» spiega. Il senatore Alberto Airola aggiunge: «Dobbiamo avere il dovere morale di presentare temi su cui i partiti non possono dire di no se non vogliono che gli italiani li vadano poi a prendere a calci. Per me, per esempio, bisogna partire dal reddito di cittadinanza». Ma la Lega non sarebbe favorevole: «La Lega è favorevole a mantenersi le poltrone, tranquilli». 

 

Oggi quasi 400 candidati, all’annuncio di Di Maio, esulteranno per aver vinto la candidatura nel listino bloccato in Parlamento. Chi spera di non trovarsi costretta a scendere a patti con la Lega è Iolanda Di Stasio, governista sulla scia di Di Maio, candidata campana, che si augura un buon risultato di Leu, da lei preferibile come alleato agli ex padani: «Ha ragione Luigi. Se non avremo i numeri, le convergenze dovremo farle per forza, la legge elettorale è così». Anche Alessandro Di Battista, a Pescara come mediatore, ammette: «Hanno fatto questa legge elettorale contro di noi. O il M5S va al governo o state certi che ci andrà Gentiloni con il Pd e pezzi di Fi, Leu e Lega». E’ la rivincita della democrazia rappresentativa sulla democrazia diretta, un’utopia cara a Casaleggio padre che il figlio si vede smontare nel panel con il sociologo Derrick De Kerkhove, allievo di Marshall McLuhan: «La legge del numero è pericolosa. L’algoritmo non è democrazia». 

 

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