Donne in lista per legge: il Pd discute di quota 50%

Nella Direzione nazionale di oggi possibile un ordine del giorno. Lega e grillini i più in difficoltà a rispettare la norma paritaria
LAPRESSE

Nelle liste elettorali nessun genere può essere rappresentato oltre il 60 per cento. Cioè almeno il 40 per cento dei capolista nei listini e dei candidati nei collegi devono essere donne


Pubblicato il 17/01/2018
Ultima modifica il 17/01/2018 alle ore 11:02
roma

Chi fatica a trovare il numero necessario per legge e chi spera di portarlo alla completa parità, chi schiera amministratrici del territorio e chi ha un parterre rodato da riproporre. A meno di due settimane dalla presentazione delle liste, i partiti devono fare i conti con uno dei vincoli della legge elettorale: nessun genere può essere rappresentato oltre il 60 per cento. Cioè almeno il 40 per cento dei capolista nei listini e dei candidati nei collegi devono essere donne. 

 

Ai tempi dell’approvazione della legge c’era chi, tra le elette dem, spingeva per una percentuale paritaria: l’equilibrio 60-40 fu quello su cui si chiuse l’accordo. Ma, nel Pd, il pallino del 50% è rimasto: sabato, la Conferenza regionale veneta delle donne ha approvato un documento per chiedere che le liste di quella regione vengano costruite con un metodo «pienamente paritario». Stessa decisione è stata presa dalla segreteria regionale dell’Emilia Romagna. E ieri, in vista della Direzione nazionale di oggi, c’era chi ipotizzava di presentare un ordine del giorno al riguardo. 106 sono le deputate e 41 le senatrici uscenti: a parte alcune che hanno già annunciato di non volersi ricandidare (Bindi, Finocchiaro, Miotto, Lanzillotta), alle altre che cercheranno il bis si uniscono nomi nuovi o ritorni, come la renziana Simona Bonafè, oggi al Parlamento europeo, che potrebbe correre nel collegio di Scandicci, o Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata con l’acido che collabora con la Boschi, nelle Marche. 

 

Anche dentro Liberi e Uguali la presidente della Camera, Laura Boldrini, preme perché si migliori il 40 per cento della legge. Ma bisognerà vedere se, nell’equilibrio delicato di liste rispettose di pesi e esigenze dei tre partiti fondatori (Mdp, Sinistra italiana e Possibile), sarà possibile fare meglio. Considerato comunque che le donne, calcolano nel partito, sono solo circa il 30 per cento dei parlamentari uscenti, altre avranno spazio: dalla ex presidente di Legambiente Rossella Muroni, oggi braccio destro di Grasso, all’avvocatessa Anna Falcone, fino, forse, a Gianna Fratta, direttrice d’orchestra e moglie di Piero Pelù. 

 

In Forza Italia, capolista femminili dei listini plurinominali saranno i volti ormai «storici» del partito, da Mara Carfagna a Napoli a Stefania Prestigiacomo in Sicilia fino a Mariastella Gelmini in Lombardia. Si tenterà anche qualche nuovo ingresso: sono corteggiate Ilaria Cavo, ex giornalista Mediaset ora assessore regionale in Liguria, e l’imprenditrice reggiana Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria. 

Nel M5S, indiscrezioni dei giorni scorsi parlavano di una presenza molto bassa di candidature femminile alle parlamentarie: ieri, l’Ansa di Cagliari scriveva che dei 194 autocandidati in Sardegna per entrare nel collegio unico del Senato, solo 30 sono donne.  

 

Potrebbe avere problemi a raggiungere la quota stabilita dalla legge anche la Lega, che nella legislatura appena finita, alla Camera, non aveva eletto nemmeno una donna. Questa volta dovrebbe schierare un po’ di amministratrici del territorio: e, se non ce ne saranno abbastanza, scherza qualcuno, si può sempre decidere di mettere tutte le capolista donne al Sud. Così la legge è rispettata, e pazienza se le possibilità di entrare in Parlamento sono praticamente nulle.  

home

home