Un manager di Cerano gira l’Italia e racconta la tragedia dei giovani soldati caduti in Russia

Francesco Cusaro fa ricerca da vent’anni. Ha creato un database dei nomi

Francesco Cusaro (a destra) durante uno dei viaggi in Russia per incontrare studiosi e visitare musei e centri di documentazione


Pubblicato il 26/12/2017
Ultima modifica il 26/12/2017 alle ore 21:05
cerano

«Mia nonna l’ha aspettato per tutti i giorni della sua vita. Suo marito era scomparso nel ’42 in Russia, ma lei nel Duemila pregava ancora per il suo ritorno»: oggi il nipote che porta il nome di quel nonno mai incontrato, Francesco Cusaro, è un manager di un’azienda aerospaziale che usa i giorni di ferie per girare l’Italia e raccontare ai ragazzi la tragedia di migliaia e migliaia di giovanissimi soldati scomparsi nelle steppe della Russia. 

 

Nelle carte di famiglia  

Vent’anni fa, curiosando tra le carte di famiglia custodite nella casa di Cerano, Cusaro ha «conosciuto» il nonno Francesco grazie alle lettere che scriveva dal fronte. Suo padre Mario aveva sette anni quando lui partì per la Russia con la Legione Montebello, nel 30° battaglione d’assalto Novara: «Nell’ultimo messaggio che mio nonno gli scrisse, per il Natale del 1942, lo chiamava “Mariuccio caro” e gli assicurava “Io sono un po’ lontano ma tu sei sempre con me, ti vedo. Devi dire alla mamma che ti compri tanti regali. Baciala tanto tanto per me”. Quel bimbo oggi ha 82 anni e piange ancora pensando al volto di suo padre».  

 

Così Cusaro ha deciso di studiare la campagna militare che costò all’Italia 88.548 morti dei 230 mila soldati inviati sul fronte orientale tra il 1941 e il 1943: «É una tragedia inimmaginabile oggi - dice Cusaro, che presiede l’Unione italiana reduci della Russia -, non riusciamo nemmeno a pensare a un padre, un figlio o un marito che letteralmente non si trovano più. Mio nonno è scomparso il 22 dicembre del 1942, la famiglia fu avvertita il giorno dell’Epifania del ’43: il suo corpo non è mai stato trovato e nel 1956 è stato dichiarato morto. La vita di un uomo è andata persa così, nel ghiaccio e nel nulla. É accaduto a migliaia di ragazzi». 

 

I loro nomi si trovano nel database creato sul sito dell’Unirr: digitando il comune di nascita o la provincia e regione, si possono conoscere tutti i soldati morti o dispersi in Russia. «Non voglio che nessuno di loro venga dimenticato - dice Cusaro -, erano persone importanti per i loro cari. Da questo immenso dolore intendo far nascere un messaggio di speranza e di pace: giro le scuole, vado nei centri parrocchiali e nelle sale comunali di tutta Italia per raccontare quanto hanno sofferto affinché la pace sia una conquista duratura e convinta. Quando ho conosciuto la storia di tanti soldati come mio nonno, ho sentito l’esigenza quasi fisica di tenere viva la loro memoria». 

 

Il viaggio verso Mosca  

Lo scorso anno Cusaro ha fatto di più: è andato ad Arbuzovka, a 950 a Sud di Mosca, dove si tenne una delle battaglie più drammatiche e sanguinose della difensiva del Don: «Nei campi si trovano ancora i bossoli dei fucili e le suole delle scarpe dei soldati che qui morirono - racconta il presidente dell’Unirr -. É una landa smisurata dove si coltivano solo grano e girasoli e la gente vive come da noi 200 anni fa. Non ci sono strade, nè negozi: dormivo nelle scuole e mangiavo nelle case della gente perché non si trovava niente da comprare». 

Lì gli Italiani sono ancora «brava gente», come Cusaro ha denominato la pagina Facebook in cui racconta le sue ricerche, «Italianskikarascio»: «Tra i nostri soldati e la popolazione si crearono rapporti umani, a differenza di quanto avvenne con i tedeschi che si macchiarono di atrocità anche nei confronti dei civili. Una serie fortuita di fatti aiutò questa amicizia: ad esempio i soldati potevano inviare alle famiglie in Italia pacchi di grano, che in quella zona abbondava, senza pagare le tasse e così collaboravano con i russi, li aiutavano e non erano mai violenti». 

 

Nei suoi vent’anni di ricerche tra le carte e le testimonianze vive dei reduci Cusaro ha incontrato «due giganti»: «Don Carlo Gnocchi e il vescovo di Novara Aldo Del Monte che in Russia fu addirittura ferito. Loro si definivano scherzando “I due don del Don” ma quella guerra l,i aveva segnati tantissimo e una volta tornati in Italia si impegnarono molto per i reduci e le loro famiglie. Erano due persone straordinarie».  

home

home

La Stampa con te dove e quando vuoi

I più letti del giorno

I più letti del giorno