L'orgoglio allegro dei diversi
L'orgoglio allegro dei diversi
La rivoluzione di "Wonder": quando la diversità è una categoria estetica ed esistenziale
gianluca nicoletti
22/12/2017

Il successo di Wonder ci apre il cuore. E’ Natale e ci fa piacere immaginare che un bambino con la faccia diversamente integra possa veramente diventare un brand vincente, in barba a tutte le logiche che regolano la media socializzazione in ambiente scolastico.  

La realtà, come è a ogni genitore ben noto, però è bel lontana dalle favole a lieto fine. I nostri bambini imparano sin dall’asilo che essere diversi è comunque un peso. La prima lezione che regala loro la vita è che, confondersi nel gruppo, significa guadagnarsi con minor conflitto la difficile gratifica del consenso sociale. 

In merito alla così detta “inclusione”, però è stato già tutto detto, studiato, combattuto e infine metabolizzato. Lo può immaginare ognuno di noi perché, anche senza l’evidente stigma fisico di August Pullman, siamo stati sempre costretti a camuffarci per essere accettati. Certamente c’è a chi sia capitato di più e a chi meno, ma ci vuole veramente una determinatezza d’acciaio temperato per non sentire sofferenza e disagio, quando ci manca sempre qualcosa per essere dalla parte giusta del “gruppo”, uguali e confondibili con chiunque faccia parte dell’insieme umano cui ci sia dato d’appartenere.  

Noi esseri civilizzati ci battiamo perché ciò non accada, lo slogan più usurato è “la diversità è una ricchezza”, giusto e sacrosanto, ma è facile ostentarlo quando non si ha addosso alcun segno di difformità rispetto al modello più ricorrente. Con la consapevolezza di appartenere a una delle categorie meno trendy del campionario umano, di quella ricchezza volentieri si farebbe dono a chiunque ne facesse richiesta. 

Il problema è che quasi nessuno si accolla il peso della difformità altrui, quelli che lo fanno per buona educazione, compassione, santità o imperativo culturale, di solito sono indicati come eccezioni, eroiche avanguardie di un esercito che ancora sembra marciare molto lontano dai confini del mondo in cui c’è dato di vivere. 

Ognuno degli oggettivamente diversi ha ben poche strade da scegliere per vivere tra persone omogenee tra loro nei tratti fisici, nei modi di connettersi con il cervello, nello sguardo e nel retroterra.  

I diversi possono imparare a essere indifferenti, trasparenti, intangibili; siano essi disabili fisici, neurodiversi, dai cromosomi ballerini o comunque difformi, balzani, ribelli. Si manda giù e ci si fortifica, s’immagina di essere sbarcati in un mondo di alieni e si vivacchia così, da eterni clandestini, imbucati e, bene che vada, sopportati. 

Poi c’è la seconda strada, che oggi più che mai per moltissimi sta diventando la prima scelta. E’ la via dell’orgoglio per quello che si è, comunque si sia. Facile forse a parole, meno facile a mettere in atto. Richiede un salto mortale sopra le teste di chiunque, persino di quelli che ci offrono il pietoso abbraccio della consolazione. E’ la via dello sberleffo, dello spaesamento delle menti regolamentate, del rimescolio delle certezze acquisite. Il diverso non si nasconde, non si mimetizza, ma costruisce su di sé una nuova categoria estetica ed esistenziale. Gli spazi si conquistano con l’impudica sfrontatezza di essere rari artefatti di una natura che lavora sempre a noiosissime catene di montaggio, da cui escono solo esseri umani standard. Per ognuno che si senta diverso si organizzi una festa. Ogni tanto l’artefice si distrae, così tra tanti individui pre stampati esce fuori un fuori serie, tanto difettoso quanto irripetibile. Frequentare il diverso equivale a una prima visione, rispetto alla replica del solito film, visto e stravisto fino alla noia.  

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