“Vogliamo Elisabetta! Vogliamo la Principessa!”, settant’anni fa Londra in festa dopo la guerra

LAPRESSE


Pubblicato il 20/11/2017
Ultima modifica il 20/11/2017 alle ore 19:42

Londra, Buckingham Palace, 20 novembre di settant’anni fa. Alle 7.45 l’erede al trono fu svegliata per l’ultima volta nella sua stanza da fanciulla. Alle 9 era a tavola con tutta la sua famiglia per il breakfast. L’ultima conversazione da nubile, con sua mamma la regina e la sorella Margaret, e poi la lunga vestizione. Mister Joachim, detto Henry, il parrucchiere, aspettava la sposa per l’ultimo ritocco. Avevano deciso insieme per la pettinatura, le lasciava scoperta la fronte e i cortigiani apprezzarono: «Le sta a meraviglia». Emozionatissima alle 11.16 in punto parti dal Palazzo Reale con suo padre nella carrozza reale dorata e sottobraccio a lui fece ingresso alle 11.28 nell’Abbazia. Tra le mani la principessa portava un mazzo di orchidee bianche rarissime. La cerimonia sarebbe durata meno di un‘ora. 

 

«Il matrimonio reale sarà un lampo di colore sulla difficile strada che dobbiamo percorrere», disse Winston Churchill. La Gran Bretagna era infatti alle prese con un enorme debito postbellico, carenze di materie prime e generi alimentari di prima necessità, il tutto aggravato dalla mancanza di dollari, che comportava un grave deficit della bilancia commerciale con gli USA. Sarebbe stato un matrimonio all’insegna dell’austerità come la condizione del Paese nel dopoguerra imponeva. Nelle scuderie gli stallieri strigliavano e lustravano i famosi cavalli grigi di Windsor, sotto lo sguardo del capo stalliere reale, preoccupato per il razionamento dei viveri degli animali. Il più triste, Ronald Aubrey, il cuoco del re. Gli era stato ordinato un misero buffet freddo per il banchetto. Non sapeva darsi pace, era dal ‘39 che sognava i pranzi e le cene che avrebbero celebrato la vittoria in guerra, per poi consolarsi pensando ai banchetti e ai festini per lo sposalizio di Elisabetta. Ora era lì nelle cucine di Buckingham Palace a contemplare i fornelli spenti. 

 

Settant’anni fa nell’Abbazia di Westminster a Londra, a presenziare al matrimonio dell’attuale Regina d’Inghilterra, c’era un unico giornalista italiano, Carlo Maria Franzero, scriveva per La Stampa. Era scappato agli inizi della Seconda guerra mondiale dalla sua Torino, fuggiva da Mussolini e dall’Italia e trovo nell’Inghilterra la sua seconda patria. Terminava così il suo racconto di quel giorno: «Vogliamo Elisabetta! Vogliamo la Principessa! gridano, premendo ai cancelli. Pochi minuti dopo, Elisabetta e Filippo, accompagnati dal re, dalla regina, da Margaret, si affacciano accolti da un urlo di giubilo, che molti definiscono il più imponente che sia mai echeggiato in Inghilterra, in questo secolo da una folla acclamante i sovrani». 

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