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Esteri
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 15/11/2017.
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Scambiava messaggi con WikiLeaks, nei guai Donald Jr

Il figlio di Donald Trump comunicava con WikiLeaks, durante la campagna elettorale e dopo l’elezione del padre alla Casa Bianca. È l’ultima rivelazione del «Russiagate», che ieri ha coinvolto ancora il segretario alla Giustizia Sessions, costretto a negare di aver mentito sui contatti con Mosca durante una tesa testimonianza al Congresso. 

 

Il 3 ottobre del 2016, oltre un mese prima del voto, Donald junior aveva ricevuto un messaggio da un mittente anonimo di WikiLeaks, che lo sollecitava a pubblicizzare la minaccia fatta da Hillary Clinton di colpire con un drone il fondatore Julian Assange: «Sarebbe una cosa grande - diceva il testo - se voi poteste commentare e spingere questa storia». Poco dopo il figlio dell’allora candidato repubblicano aveva risposto: «Già fatto oggi. È incredibile quello che viene concesso a lei (Hillary) di fare». Una settimana dopo, un altro messaggio da WikiLeaks aveva chiesto a Don di spingere suo padre a pubblicare un tweet con un link dove gli utenti potevano fare ricerche sulle mail rubate al Partito democratico: «Ci sono un sacco di storie che i media stanno trascurando, ma noi siamo sicuri che alcuni dei vostri seguaci le troverebbero».  

 

Il figlio non aveva risposto, ma quindici minuti dopo Trump aveva pubblicato questo messaggio: «I media disonesti stanno riprendendo pochissime delle informazioni incredibili fornite da WikiLeaks! Il sistema è truccato!». In seguito il link era stato distribuito. L’ultimo messaggio che Don junior aveva ricevuto da WikiLeaks era arrivato nel luglio scorso, poco dopo la rivelazione del «New York Times» del suo incontro con emissari russi che avevano promesso notizie imbarazzanti su Hillary: «Ciao Don. Ci dispiace di sentire dei tuoi problemi. Abbiamo un’idea per aiutarti. Saremmo molto interessati ad ottenere confidenzialmente e pubblicare una copia delle mail citate dal New York Times». 

 

La novità minaccia il figlio di Trump perché il suo comportamento potrebbe costituire un reato. La legge vieta alle campagne elettorali di ricevere contributi di qualunque genere dall’estero, non solo economici, ma anche di valore politico. I repubblicani sostengono che parlare con WikiLeaks era lecito, perché è un media, ma il loro capo della Cia Mike Pompeo ha definito l’organizzazione fondata da Assange come «una entità non statale straniera ostile», legata al governo russo. Ricevendo i suoi contributi, quindi, Don junior potrebbe aver commesso un reato. 

 

Sempre ieri Sessions è tornato al Congresso per difendersi dall’accusa di aver nascosto che sapeva dei contatti con la Russia avuti dal consigliere Papadopoulos. Il segretario alla Giustizia aveva detto in precedenza di non conoscerli, mentre ieri li ha ammessi, sostenendo però che lui si era opposto. Nel suo caso il rischio è quello di aver commesso il reato di spergiuro. 

paolo mastrolilli
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