Stranieri in fuga dalle università Usa. “È l’effetto delle politiche di Trump”

L’allarme degli atenei: iscrizioni in calo del 7%. I giovani talenti scelgono altre destinazioni Crollo delle presenze di sauditi e brasiliani


Pubblicato il 14/11/2017
inviato a new york

Nelle università americane è scattato l’allarme: gli studenti stranieri stanno calando. Non siamo ancora alla fuga, ma la riduzione delle iscrizioni ha raggiunto la quota del 7% nell’anno accademico appena iniziato, e il 45% degli atenei ne ha subito le conseguenze. Il sospetto è che le politiche sull’immigrazione scelte dall’amministrazione Trump stiano scoraggiando le domande, e il rischio è che a perderci siano gli Stati Uniti in generale, tanto in termini di «soft power», quanto nella capacità di attirare i migliori talenti da tutto il mondo. 

 

L’allarme è scattato a causa del rapporto annuale realizzato dall’Institute for International Education, che ha lo scopo di gestire l’accesso degli studenti stranieri alle università americane, e poi misurare la loro partecipazione alle attività accademiche. Durante l’anno appena cominciato, le nuove iscrizioni si sono ridotte del 7% rispetto a quello precedente. Il 45% dei college americani ha notato una riduzione degli studenti stranieri, che è stata molto forte in Paesi come l’Arabia Saudita e il Brasile. Si tratta di realtà geografiche e culturali molto distanti e diverse, e ciò fa temere che il fenomeno sia diffuso, invece di essere circoscritto ad esempio ai Paesi colpiti dal bando dell’immigrazione voluto dall’amministrazione Trump.  

 

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Nell’anno 2016/17 1,08 milioni di studenti stranieri erano venuti negli Usa, con un calo del 3%, ma le dimensioni di quello avvenuto nel 2017/18 preoccupa. Gli autori dello studio hanno cercato di capire le ragioni del fenomeno, e pensano che le politiche del nuovo governo abbiano avuto un effetto. Non solo per il bando dell’immigrazione da alcuni Paesi islamici, ma in generale per il clima che si respira negli Stati Uniti. Le divisioni sociali esplose negli ultimi mesi preoccupano gli stranieri, che non si sentono più sicuri a venire. Nello stesso tempo si sta insinuando il dubbio che investire nell’istruzione americana non sia più utile come in passato, per l’atteggiamento negativo nei confronti della globalizzazione, la minore apertura verso il palcoscenico internazionale, e il declino economico rispetto a Paesi emergenti come la Cina. Il fenomeno è appena iniziato e probabilmente è reversibile, anche perché non ci sono altre nazioni che hanno la stessa attrattiva dimostrata dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Il problema però è serio e richiede attenzione. 

 

 

Gli Usa hanno sempre incoraggiato l’arrivo degli studenti stranieri, ad esempio attraverso le borse di studio Fulbright finanziate dalla fine della Seconda guerra mondiale, per diverse ragioni. Il primo obiettivo è attirare i migliori talenti del pianeta, e farli restare, se hanno contributi importanti da offrire nei rispettivi campi. Basti guardare alla lista dei premi Nobel americani, nati in realtà fuori dai confini nazionali. Il secondo scopo è stabilire forti legami con questi studenti, che poi tornano nei rispettivi Paesi e costruiscono grandi carriere politiche, scientifiche, accademiche, professionali, restando sempre amici degli Usa. Il terzo è l’affermazione del «soft power» americano, che si proietta in tutto il mondo attraverso l’attrazione esercitata sui giovani di ogni Paese e cultura. Il quarto è garantire ai college le entrate da 39 miliardi di dollari all’anno portate dagli stranieri. Tutto ciò ha contribuito nei decenni a rendere grandi gli Stati Uniti, e perderlo sarebbe un danno forse irrimediabile.  

 

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