Quel passato che non è mai passato


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 08:11

Ha soltanto 23 anni, è poco più che un ragazzo, deve aver capito da poco tempo che da piccolo veniva abusato da un adulto, ma non ha perso tempo: è corso a casa dell’uomo, in piena notte, e l’ha accoltellato.  

 

Chiudendo una litigata, che dalle parole è passata subito ai fatti. Per la verità a suo tempo c’era stata una denuncia contro l’adulto, per abusi sessuali, ma presentata dalla madre. Lui raccontava a lei cosa il medico gli faceva, e lei ha subito sospettato.  

 

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C’era un processo in corso, ma subito fermato e poi ripartito. Non c’è ancora una sentenza, e il medico nega le colpe. Nel frattempo il bambino è diventato ragazzo e ora è uomo. Probabilmente adesso ha capito tutto quel che da piccolo non capiva, e non ha perso tempo. Colpito dalle sue coltellate, il medico è stato operato d’urgenza due volte, e adesso sta fra la vita e la morte. Si dice: «La vendetta va servita fredda». Ma ci sono oltraggi che bruciano, e l’abuso sessuale è fra questi. Di solito sentiamo di abusi sessuali che vengono vendicati dopo tanto tempo. E c’è una differenza tra la vendetta tardiva e quella rapida. Se un uomo, diventato grande, si vendica di abusi sessuali che ha patito da minorenne, accoltellando l’abusatore, noi siamo portati a interpretare il suo gesto come una vendetta che ha questo messaggio: «Mi hai rovinato la vita. Ti punisco perché mi hai fatto del male, mi vendico oggi per il male che mi hai fatto ieri». Ma la vendetta compiuta domenica a Pordenone ha un altro significato, perché colui che si vendica è ancora molto giovane. Con la sua coltellata non dice che l’abuso gli ha rovinato la vita, ma che gliela sta rovinando adesso. Un abuso sessuale «guasta» la sessualità di colui che lo patisce. Perché, appena può ragionare, si domanda se la colpa sia anche sua, se ci sia qualcosa di sbagliato in lui, se la sua sessualità, ancora in formazione, si stia formando in modo sbagliato. Se lui sia diverso dai suoi amici. Questo 23enne non ha passato le conseguenze dell’abuso che ha patito, ma le sta passando adesso. Se ha una ragazza, entra in crisi con lei. L’abuso non è per lui un tormentoso ricordo, è una bruciante attualità. È adesso che la sua personalità si forma. Da piccolo, non sapeva cosa gli capitava, subiva le attenzioni moleste (come pare) dell’adulto senza capirle, perché non sapeva cos’è la sessualità. Adesso lo sa. Adesso capisce. E adesso si vendica. 

 

Quando un bambino vien abusato da un adulto, patisce un inganno, perché l’adulto sa tutto e lui non sa niente. Il bambino «si rimette» alla volontà dell’adulto, che considera buona, perché l’adulto è un parente, un patrigno (a volte addirittura un padre), un prete, un amico di famiglia… Uno legato da un rapporto di amore. Quando scopre, anni dopo, di essere stato abusato, il bambino diventato adulto si sente «tradito» nell’amore. La coltellata, o le coltellate, inflitte da questo 23enne al medico 48enne sono la punizione per il tradimento. Il piccolo che si rimette a un grande è come un figlio che si rimette a un padre: da lui non si aspetta che il bene. Questo medico aveva preso in casa propria questo ragazzo, dunque vivevano insieme, era proprio un rapporto tra padre e figlio: abusandolo il padre ha tradito il figlio, accoltellandolo il figlio ha punito il padre. Non sappiamo quanti anni fa sia avvenuto l’abuso, supponiamo pochi, visto che il ragazzo ha appena 23 anni. Dunque la vendetta è scattata presto. Ma prima o poi doveva scattare, la memoria degli abusi è difficile da liquidare o tenere a bada, resta nel cervello e fermenta. 

 

fercamon@alice.it  

 

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