Ecco il nuovo Flamenco, fra tradizione e avanguardia

Al Théâtre de Chaillot di Parigi la Biennale dedicata alla danza spagnola

(Foto: Jean Couturier)


Pubblicato il 13/11/2017
Ultima modifica il 13/11/2017 alle ore 17:18

Il flamenco è folklore gitano oppure linguaggio di danza contemporaneo? Una cosa per aficionados che si perdono dietro a schioccar di nacchere, zapateado e rotear di braccia oppure uno strumento per raccontare la realtà di oggi? Una risposta definitiva non c’è, ma tutte le possibili facce del flamenco sono “in mostra” in questi giorni sino al 25 al Théatre de Chaillot di Parigi per la terza “Biennale de l’art flamenco”. E per capire le possibili direzioni ecco che lo spettacolo d’apertura, “Simulacrum”, è una coreografia del norvegese Alan Lucien Øyen. Di grande forza visiva e coreograficamente impressionante mette in scena due danzatori il più lontano possibile come età e cultura: Shôji Kôjima e Daniel Proietto. Il primo, 77 anni, ha lasciato il Giappone per la Spagna nel 1966 ed è diventato maestro di flamenco. Il secondo, argentino, si è trasferito in Giappone per studiare il ruolo di “Onnagata” l’attore maschio interprete di ruoli femminili nel Kabuki. 

 

Ma subito dopo, è la volta di due spagnoli, Andrés Marìn e José Galvan, che presentano le due diverse anime della danza. 

 

Il primo è protagonista e autore di “D. Quixote”, quanto di più lontano dalla tradizione ci possa essere. Nome di punta del nuovo flamenco è al centro di uno spettacolo totalmente contemporaneo. Entra in scena su un monopattino a motore portando in capo un elmo al quale poi aggiungerà una corazza. Accanto a lui altri due interpreti, un possibile Sancho Panza e una Dulcinea. Due grandi schermi proiettano immagini pubblicitarie degli Anni 60. Al centro una tendina canadese dalla quale esce una ragazza in tuta da biker che si scopre essere la cantaora, mentre ai lati un violoncello, una chitarra e una batteria. 

 

Lui, Marìn, è un virtuoso dalla danza asciutta e rapida. Il suo eroe di Cervantes vive in una Spagna di oggi, circondato, preso d’assalto da situazioni che spesso lo ridicolizzano. Immagini che presto si spappolano in una narrazione che diventa un accumulo di sensazioni, citazioni sportive: zapateo con le scarpette da football, braceo con guantoni da boxe, magliette con il numero dieci. Alla fine nudo a terra viene ricoperto di vernice nera dai suoi compagni.  

 

José Galvan invece è un patriarca, un maestro. I suoi figli Israèl e Pastora sono esponenti delle nuove tendenze. Lui è ancorato alla tradizione e il suo Tablao, nel foyer del Théatre de Chaillot, raccoglie amanti del genere che accolgono con entusiasmo lui, il suo danzatore e le tre ragazze in abiti sgargianti a sirena e con le falde, gli scialli frangiati, rose fra i capelli. Tutti affrontano la danza col viso un po’ truce d’occasione. I cantanti hanno la voce roca e rotta come si deve. Qui non si fa un passo diverso da come vuole lo schema assodato e alla fine è un trionfo con le signore parigine, che fanno cenno di sì col capo alle parole dei cantanti. Come se dello spagnolo dei gitani, soprattutto nel cante jondo, si capisse qualcosa. Per contorno sangria, tapas e immancabile standing ovation. 

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