Perché la scena di un film può aiutarti ad uscire dalla depressione

Il punto con lo psicanalista del San Paolo di Milano. Nell’anno (2017) dedicato alla malattia, il cinema individuato come arte con forti potenzialità terapeutiche

Audrey Tautou in un fermo immagine dal film «Il favoloso mondo di Amelie»


Pubblicato il 02/11/2017
Ultima modifica il 03/11/2017 alle ore 12:54

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dedicato tutto il 2017 alla depressione: la scelta di questo tema non è per niente casuale, ma dettata dall’urgenza di parlarne a causa della sua grande diffusione in tutto il mondo, fra persone di ogni età e appartenenti a tutti i ceti sociali.  

 

Secondo le stime disponibili a soffrire di depressione sono 300 milioni di persone nel mondo, soprattutto donne. In Italia sono circa 5 milioni i malati, per metà dei quali non è stata fatta alcuna diagnosi.  

 

Ecco perché è fondamentale parlare di questa malattia, ed ecco perché la Giornata Mondiale della salute 2017 le è stata dedicata. Il 10 ottobre scorso, poi, il World Mental Health Day è stato incentrato sulla salute mentale sul luogo di lavoro e il 28 ottobre, nella Giornata Europea dedicata al disturbo, l’attenzione è stata focalizzata su come la bellezza e l’arte possono aiutare a uscire dal tunnel della malattia

 

IL CINEMA E LA DEPRESSIONE  

Con il professor Claudio Cassardo, psicoanalista, in attività al Servizio di Psicologia dell’Ospedale San Paolo di Milano (Direttore Prof.sa Vegni) abbiamo discusso il ruolo che può avere in un percorso di psicoterapia, la settima arte, cioè il cinema. 

 

Quali parole userebbe per descrivere la depressione?  

«Personalmente trovo che la depressione possa essere definita come una mancanza di senso. La mancanza di senso va vista come mancanza di direzione, una vera e propria mancanza di una traiettoria da un punto a un altro punto, mancanza, come la chiama Dante nel Purgatorio, di una “spinta andativa”.  

 

Un modo popolare di chiamare questa spinta andativa, ossia la spinta a esistere, coincide con la parola “passione” ovvero quell’energia che riesce a portarci da un punto a un altro; se essa manca risultiamo privati del cosiddetto senso. 

 

Cosa dona un senso alle nostre azioni quotidiane?  

«La parola “senso” indica letteralmente l’idea di “direzione”, ed è del tutto affascinante il fatto che l’uomo abbia scelto questo termine per indicare un’atmosfera interiore di pienezza emotiva, ma anche l’azione che svolgono i nostri tessuti sensibili rivolti al mondo esterno, i nostri famosi cinque sensi. In effetti quando interviene uno stato depressivo si è afflitti da un collasso del piacere e dell’emozione di pienezza dovuti all’opera dei cinque sensi, e al contempo si può ravvisare un collasso dell’emozione legata all’avere una direzione, un intento, un futuro». 

 

Depressione, quindi, molto semplicemente significa perdere ogni interesse?  

«Ritengo che ognuno di noi sia alla continua spasmodica ricerca di segni che coinvolgano tutti e cinque i sensi, o uno per volta o tutti insieme. In pratica cerchiamo sensazioni capaci di comunicare, ossia mettere in comune la nostra indicibile esperienza di “essere vivi sapendolo”. Le sensazioni devono appunto farci sentire vivi. Chiamiamo “arte” questa spasmodica necessità di avere un senso e lo diamo alle cose che abbiamo intorno o addosso».  

 

Quali attività possono aiutarci a risvegliare le sensazioni sopite?  

«Tengo a sottolineare come un paziente depresso sia spesso solo all’apparenza un uomo senza più “spinta andativa”, mentre si può invece ravvisare in lui addirittura il contrario, un eccesso di spinta andativa. In pratica il paziente possiede un insieme di pensieri o desideri presenti nella sua testa di cui ha vergogna o timore e ai quali allora oppone il segnale barrato del “senso vietato”». 

 

Che significa in pratica?  

«Se sono troppo arrabbiato con te e tuttavia non posso per varie ragioni ammetterlo o esprimerlo, allora quella rabbia l’unica cosa che posso fare, mediante un’inversione a U, è rivolgerla contro me stesso, con una precisa conseguenza che chiamiamo depressione. Ora è evidente che spiegare questa manovra a una persona in fase di collasso emotivo e umorale con noiose parole o con noiose sedute di psicoterapia può essere molto difficile, e allora accanto a queste pratiche (comunque benedette) può diventare potente e particolarmente efficace, nel progetto di mostrarla (di mostrare la manovra in seguito alla quale la rabbia infinita si trasforma in tristezza infinita) il buon cinema, che sia comico (pensiamo al cinema di Verdone), che sia tragico (pensiamo al cinema di Bergman), che sia drammatico (pensiamo a Bunuel), che sia magico e smisurato (pensiamo a Fellini), che sia feroce (pensiamo a Kubrick)». 

 

La settima arte quindi può diventare uno strumento di psicoterapia?  

«Il cinema ha impatto immediato, può trasportare una persona dallo stato d’animo della disperazione a quello della riparazione e del riscatto, può indicare vie efficaci per ritrovare la famosa convivenza con i sentimenti legati ai grandi drammi della vita». 

 

Può farci un esempio concreto?  

«In questa ottica una maniera avvincente e appassionante di invitare le persone depresse a recuperare una emozionalità può essere proporre la visione di particolari film in una situazione di gruppo e con una conduzione che aiuti poi il gruppo e ogni persona coinvolta, a commentare cosa ha visto, a comunicare cosa ha provato, a non vergognarsi d’avere avuto emozioni, ma anche a scoprire, se mai sentendole dire da altri, le emozioni che durante la visione ha provato, e che tuttavia era troppo inerte verso se stesso o arrabbiato verso la vita per ammettere di avere provato». 

 

Ragionare sui personaggi dei film per ripensare alla propria emozionalità?  

«Ragionare sulle caratteristiche di certi personaggi può aiutare lo spettatore ad autorizzarsi ad avere lui pure alcuni inconfessabili pensieri, o desideri, o carenze, o limiti. Oblomov di Tarkovsky passa le notti a mangiare minestre di fagioli e i giorni a negare d’averlo fatto. Ciccio Ingrassia in Amarcord è appeso a un albero a gridare “voglio una donna”. Amelie guarda il mondo dalla sua bicicletta e può ridere e può piangere allo stesso tempo, con una sua maniera di avere addosso il dolore pur continuando a pedalare. E se ci mettiamo con calma a cercarli possiamo scoprire di avere nelle nostre menti, depositati nelle nostre sensibilità, miriadi di personaggi del cinema che possono darci uno spunto, un esempio di convivenza con la depressione». 

 

Può essere un’idea anche quella di suggerire la visione di un film a un paziente depresso?  

«Chi è depresso rifiuta di solito di fare qualunque cosa, anche vedere un film. Per questo è importante che questi pazienti possano contare su personale specializzato e adeguatamente formato, in grado di risospingere passione e sensibilità verso chi l’ha momentaneamente perduta, o non l’ha mai avuta, o non ha mai avuto occasione di scoprire d’averla. Per passione, naturalmente, intendo la ricerca di un senso, come stato in base al quale ho un desiderio che riesco a non appagare e a mantenere vivo». 

Articolo corretto il 03/11/2017 alle ore 07:00

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